Molto interessante questo articolo
Il complotto iraniano che serve agli UsaL’Iran avrebbe tramato per assassinare l’ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Usa e colpire le ambasciate statunitense e saudita in Argentina. Il tutto tramite sicari dei narcos messicani. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia statunitense, Eric Holder, durante una conferenza stampa indetta martedì. Holder ha spiegato che due uomini (nella foto uno di loro al processo), entrambi iraniani, sono stati accusati dal governo statunitense di aver organizzato il piano e “hanno confessato”.
La notizia ha scatenato un terremoto di dichiarazioni. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha accusato l’Iran di aver “passato il segno” e si è subito attaccata al telefono per chiamare le “varie capitali” e “lavorare insieme contro quella che appare sempre più come una minaccia”. Il vicepresidente Joe Biden ha invitato “tutto il mondo” a unirsi per isolare Teheran davanti a questo “atto scellerato e atroce”. Da Londra hanno promesso il sostegno a “qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità”, mentre l’Unione europea ha espresso “preoccupazione”, per le “gravi implicazioni globali” che avrebbe la notizia se venisse confermata. Il ministero del Tesoro Usa ha già inasprito le sanzioni contro Teheran.
Questo è quanto sarebbe successo secondo quanto riportato dal ministro Holder: a maggio scorso Mansour Arbabsiar, un iraniano naturalizzato cittadino Usa, contatta un uomo vicino ai narcos messicani cercando un sicario per uccidere l’ambasciatore saudita a Washington e affermando di ricevere ordini direttamente da un “alto esponente iraniano”. Il sedicente narcotrafficante, però, è un informatore dell’antidroga statunitense di vecchia data, e così Dea e Fbi cominciano a seguire il caso. Successivamente Arbabsiar stabilisce un ingaggio per il killer di 1,5 milioni di dollari e ne invia circa 100mila come acconto. Una volta fatto il bonifico viene arrestato dagli agenti federali statunitensi e accetta di collaborare. A questo punto, all’inizio di ottobre, l’Fbi lo convince a contattare il suo mandante, riconosciuto come Gholam Shakuri, membro delle forze d’elite dei Pasdaran (Armata Quds). “Compra la Chevrolet”, gli avrebbe detto Shakuri, in una telefonata registrata, per dare il via libera all’attentato, che prevedeva di imbottire di esplosivo C4 il ristorante frequentato dal diplomatico saudita. Proprio il coinvolgimento di un membro delle Guardie Rivoluzionarie ha permesso a Washington di accusare l’Iran di essere dietro il “piano scellerato”.
Ma la ricostruzione della vicenda lascia perplessi diversi analisti. In primis per la decisione degli iraniani di affidarsi ai narcos messicani, notoriamente infiltrati dalla Dea e dai servizi di intelligence di Washington. Anche l’immediata confessione e collaborazione di Ababsiar – unita al fatto che il narcos da lui contattato fosse una vecchia conoscenza della Dea – fa pensare a un doppio gioco ai danni degli iraniani. C’è anche chi non esclude che la mossa sia stata promossa da una corrente di “falchi” di Teheran che hanno “sacrificato” Arbabsiar per alimentare lo scontro con gli Stati Uniti e mettere in difficoltà il governo di Mahmoud Ahmadinejad. A questo proposito un alto funzionario dell’amministrazione Obama ha affermato che le prove raccolte fanno supporre che, mentre la Guida Suprema ayatollah Ali Khamenei e i suoi Pasdaran erano al corrente del piano, è possibile che lo stesso Ahmadinejad e i servizi segreti iraniani non ne fossero a conoscenza.
Resta il fatto che la notizia arriva in un momento particolarmente delicato nelle relazioni tra Iran e Arabia Saudita. Nonostante i due Paesi siano nemici storici, negli ultimi mesi diverse veline hanno segnalato timidi tentativi di “pacificazione”.
“Quello statunitense è un gioco infantile per creare tensioni tra Teheran e Riad”, ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani. Mentre il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast, ha assicurato che i due Paesi “mantengono rapporti di mutuo rispetto”.
E quando, durante una conferenza a Londra, il principe saudita Turki al Faisal, ex capo dei servizi segreti del regno, ha tuonato: “Qualcuno in Iran dovrà pagare”, un suo collaboratore si è affrettato a specificare che il principe parlava a titolo personale e le sue dichiarazioni non rappresentano la posizione ufficiale dell’Arabia Saudita.
“È uno scenario prefabbricato per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica statunitense dai problemi interni degli Stati Uniti”, ha dichiarato all’Afp l’iraniano Ali Akbar Javanfekr, consigliere del presidente per la stampa.http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10884